domenica 15 novembre 2009

Gianluigi Cannella

Venerdì 6 novembre, ho presentato Senza riparo alla libreria Mondadori di Vicenza. L'amico Gianluigi, che era in prima fila, mi ha scritto questo "pensiero".

Ciao Stefano


Un pensiero sulla serata di venerdì 6 novembre 2009

A questo punto mi interessa solo sapere e credere cosa non deve essere la poesia.
Non è fare politica né potere politico, non è una religione né potere religioso. Non è sentimentalismo ma carne e la carne nasce piangendo.
La poesia nasce dalla sofferenza interiore, quasi schizofrenia, ricerca a volte maniacale, che la cosa possa diventare ed è bellezza (se è vero che solo questa ci salverà) . Il poeta è l'artigiano della parola, quella parola che a volte, come si diceva, stenta a farsi trovare e allora tu devi aspettare che arrivi ma andandole incontro. Credo che la poesia non debba schierarsi da nessuna parte né essere di parte. Di nessun colore, nero o rosso o bianco. Confrontarsi sì con le cose del mondo con se stessa e soprattutto con se stessi. La poesia è quasi un stato di trans, ( di questi tempi, ovviamente per non fare confusione), meglio dire uno stato di meraviglia ed estasi. L'artigiano della parola raggiunge qualcosa di cui non sarà mai soddisfatto. E riproverà ancora a scrivere, montare smontare, smussare mettere insieme e a scrivere di vita, di amore, di morte in maniera diversa, con tutte le complicazioni che ne conseguono: sofferenza, amore per la poesia e per se stessi.

A questo cataclisma ne consegue, si! che Dio è morto. Non ne abbiamo bisogno di altri.

E la poesia è una cosa seria e su cosa dovrebbe essere credo che è meglio non saperlo nel senso che nel momento in cui qualcuno o qualcuna lo scopre finisce. Questo per ribadire la ricerca costante che deve essere fatta. Sarebbe banale dire che è quasi come una donna che non si finisce mai di conoscere, soprattutto quando è amore per lei. Ma è anche importante sapere che è una cosa reciproca che ti fa sentire qualcosa di bello .

Buon fine settimana
Ciao grazie.


Gianluigi

su  Blanc trovate alcune sue poesie.

venerdì 6 novembre 2009

Stefania Crozzoletti



Caro Stefano,


ho concluso da poco il mio viaggio in Senza riparo. Desidero esprimerti il mio sincero apprezzamento per questo tuo lavoro, con il quale non solo scrivi di poesia, ma la fai vivere, dandole significato, facendola respirare. Non credo sia solo un libro per gli addetti ai lavori. E' un libro per chi ama la poesia, intesa non come puro esercizio di bella scrittura, ma come una via che conduce ad una (responsabile) libertà.

Le mie impressioni si limitano solo ad alcuni degli argomenti che hai trattato nel libro, quelli su cui mi sono soffermata di più, su cui tornerò, perché sono tanti i pensieri che si sono affollati nella testa, che sto cercando di districare. Sono impressioni molto personali, senza pretese. Forse la mia è stata una lettura impropria, forse sono andata a cercare quello che volevo trovare.

La poesia “non serve nessuno”. Essa “ci addita un modello di relazione senza padroni e senza schiavi. Non mi sembra poco.” E' stato il punto di partenza di questo viaggio, ed è stato anche il punto d'arrivo.

La poesia, quella “onesta”, è libera. Non ha padroni perché il poeta, nel momento in cui scrive, respira da solo. Al verso si arriva spesso percorrendo una strada accidentata, in cerca di domande e risposte, nominando i propri fantasmi, ordinando i pensieri, emancipandosi. Alla fine, si sceglie. La scelta però non è mai punto di arrivo: si riparte, si ricomincia. Dici: “scrivo per prepararmi a scegliere, in piena libertà di pensiero, ciò che apre direzione e respiro”. E' così, dovrebbe essere così.

I vincoli ci sono, il linguaggio è un vincolo. Le parole sono allo stesso tempo gabbia e lenzuola annodate, buttate dalla finestra della cella per raggiungere l'esterno. C'è il vincolo della responsabilità (“fare il meglio che si può”), la necessità di esserci, di non chiamarsi fuori, anche se non si scrive poesia “civile” in senso stretto.

Sono stata particolarmente coinvolta dal capitolo su canone e finitezza, laddove parli dello scrivere in prossimità del margine. Scrivi: “qualora il lasco dal bordo estremo non sia avvicinato e frequentato dall'autore, l'opera e la stessa finitezza che in essa respira risulteranno sempre meno singolari, fino ad annullarsi quasi completamente entro l'apertura epocale cui appartengono...”.

Non sono sicura di avere afferrato il senso delle tue parole, ma nella testa si è lentamente formata un'immagine: il margine (irraggiungibile, inesprimibile) come una sorta di linea mobile, che si allontana e si avvicina in base alle esperienze, all'età, al sentire, al rischio che si accetta di correre.

In prossimità del margine ho immaginato la parola che pende dalle labbra. In basso, c'è un burrone, in alto si apre il cielo. In ogni caso, è vertigine. In ogni caso, il salto nel vuoto non prevede protezione, riparo. C'è questo essere sospesi, questo momento in bilico, le parole arrivano da sole oppure vengono afferrate, portate a sé, lavorate, messe in fila, battezzate. Per poi essere consegnate agli altri. Possono cadere a terra oppure volare. Ci sono momenti in cui mi piace vedere le parole cadere, sporcarsi di fango, altri in cui preferisco vederle alzarsi in volo, o sospese a mezz'aria, quasi ferme. Sto andando fuori tema...

Ho trovato molto interessante (anche qui, le tue parole vanno oltre il saggio) la parte dedicata alla “sfida alla resistenza del testo”, sfida nella quale, dici, anche l'autore entra in gioco, insieme alla critica. Il lavoro del singolo autore sui propri testi è prima di tutto un lavoro su di sé, sul valore di verità della propria scrittura, di tutto il pensare che sta dietro la scrittura, risultato di un certo modo di vivere e di sentire.

Oltre al giudizio (necessario) sulla “tenuta” di un testo svolto dalla critica, ritengo anch'io sia importante a livello di storia personale il lavoro che “nel silenzio del suo studio” (va bene anche la cucina?) fa il singolo autore. Se un testo “tiene”, se con il tempo esso risulterà in tutta onestà vero, al di là delle contingenze, oltre le emozioni del momento, allora si potrà dire che la poesia davvero “non serve nessuno”. E per questo chi scrive è, nello spazio e nel tempo di una poesia, libero, con la possibilità, direi quasi la responsabilità, di allargare i confini. Non è poco.

Stefania Crozzoletti

martedì 3 novembre 2009

Manuel Cohen




Caro Stefano,


da che parte iniziare? Ultimamente, devo sempre partire dalle scuse: ti chiedo scusa per il lungo silenzio seguito all'arrivo del tuo libro, arrivo di cui non ti ho ancora ringraziato, e lo faccio ora.

Ti chiedo scusa perché in questo autunno sono pressato da una serie di scadenze e impegni pregressi, oltre che dal solito, settimanale tran-tran Roma-Bruxelles-Liegi... e i libri che arrivano si accumulano, e a volte non basta s'entusiasmo, specie se la lettura riguarda un lavoro ponderoso e poderoso come il tuo, e non la breve plaquette di versi.

Tu ed io sappiamo bene quanto una lettera sia inadeguata e insoddisfacente in rapporto e a confronto con il valore, sì, valore, del tuo lavoro critico. Ti faccio intanto i miei più cari e convinti complimenti: hai tracciato un campo le cui latitudini possono provocare invidia anche in chi non ne ha! E' il genere di ricognizione critica, per l'ampiezza di spettro o prospettiva, quella da te intrapresa, a cui anch'io aspirerei tanto! Senza riparo è un libro bellissimo. Lo è sin dal titolo. Secco, preciso, essenziale, onesto, affilato e raffinatissimo.

Sei un critico ottimo, ti avevo letto quà e là, in interventi su rivista o in apparizioni sul web, e ne avevo percepito la forza e il rigore. Ma leggere 'Senza riparo', non solo conferma alcune sensazioni, ma mi sorprende, riesci a sorprendermi molto nelle tue letture che sono a un tempo rigorose, fedeli, eppure estremamente imprevedibili. Sei in grado di sollecitare il lettore con riferimenti così belli, e con una complessità di lettura, di retroterra filosofico, quel continuo collante ricercato tra letteratura e ontologia.... ad esempio: quanto scrivi a proposito del gruppo di Anterem. E' straordinario, semplicemente. Trovo poi molto giusto (un tempo si sarebbe detto: nobile) che tu abbia dedicato uno studio così complesso al gruppo di Anterem: sappiamo entrambi quanto lavoro c'è, e quanto impegno nel redigere una rivista seria, che abbia un senso, che insegua un senso precipuo, e sappiamo che spesso tante fatiche sono accompagnate dal silenzio circostante.

La argomentazioni con cui affronti le questioni teoriche nella prima sezione, ma pure nella seconda correlativa, relativa al 'canone' sono, oltre che convincentì e da me condivise, oltremodo congrue. Hai la capacità di commisurarti consapevolmente e in piena autonomia con le grandissime questioni, e tutte le aporie relative alla scrittura.

Poi, la sezione delle Letture, anche, se vuoi, la più ghiotta, e la più adatta a soddisfare molte curiosità relative agli autori e alle loro scritture, conferma che spesso, gli autori oggetto di indagine non sono mai casuali, e rispondono a precise scelte di gusto, e a scelte di campo.

E' evidente, e, credimi, non è tanto per dire, che 'Senza riparo' è un lavoro destinato a divenire un punto di riferimento, di paradigma e di confronto, per chiunque con onestà intellettuale si occupi di poesia contemporanea, e per chiunque l'abbia in grande considerazione.

Caro Stefano, ci tenevo, per ora, a comunicarti tutto il mio sostegno, la condivisione, l'empatia. Verrà, è una promessa, pure un mio intervento scritto, che, va da sè, non potrà arrestarsi al grado della semplice secensione.

un caro, sodale saluto, tuo Manuel

martedì 27 ottobre 2009

Pordenonelegge (e bene)




"Sono molti anni che, a scadenze periodiche, Alberto Arbasino invoca polemicamente un coefficiente di qualità con cui ordinare delle classifiche, fra i libri, alternative a quelle di vendita. Come mai, si chiede Arbasino, alberghi e ristoranti si misurano a stelle (o a forchette & cappelli) e per qualcosa di almeno altrettanto nobile come i libri contano solo ed esclusivamente i dati di mercato? È come se McDonald’s venisse considerato il ristorante migliore. Per la verità un’iniziativa del genere esiste già in Germania; e anche da noi, per i film, tutti conoscono un certo giudizio di qualità che vanta, come si dice, innumerevoli tentativi d’imitazione. Eppure è proprio l’arbitrarietà del giudizio soggettivo a rendere costitutivamente idiosincratica, e dunque inattendibile, una classifica del genere.

Fino a qualche decennio fa non ci sarebbe stato bisogno di un’iniziativa simile. Esisteva in questo campo una “società stretta”, per dirla con Leopardi: una comunità di lettori, professionali o meno, che sapeva benissimo quali fossero le opere da leggere, magari per odiarle. Erano in larga parte le stesse persone che provvedevano a segnalare i libri per iscritto; gli altri prodotti riguardavano esclusivamente gli uffici contabili delle case editrici. Oggi ovviamente non è più così. Lungi dal rimpiangere quella società stretta – con i suoi riti di affiliazione, il suo classismo, le ipoteche ideologiche (nell’accezione peggiore del termine), l’intreccio inestricabile di personalismi e rancori – si assiste con sgomento (o, da parte di qualche snob, con nichilistico entusiasmo) al venire meno, d’improvviso, di qualsiasi proporzione fra libri d’intrattenimento e libri di qualità. La stessa espressione “editoria di cultura” che un tempo, senza che fossero necessarie premesse e distinguo, si sapeva con esattezza cosa significasse, è divenuta inattuale e, appunto, incongruamente snobistica. È da molto tempo, ormai, che il successo (o l’insuccesso) nelle vendite, di qualsiasi “prodotto culturale”, sembra azzerare a priori ogni possibile discussione sul valore delle opere d’arte, nonché addirittura sui contenuti – gli stili di vita, le visioni del mondo, le aspettative di futuro – che esse da sempre veicolano. Se l’unico valido parametro di misura si affida a quella Provvidenza secolarizzata che il senso comune ha da tempo individuato nel mercato, quello della letteratura – come le altri arti – rischia davvero di ridursi a un ruolo ornamentale.

È contro questo stato di cose che intende reagire l’iniziativa della Classifica di qualità promossa da pordenonelegge.it (Gian Mario Villalta, Alberto Garlini, Valentina Gasparet), e dai tre membri fondatori del Premio “Stephen Dedalus” – Alberto Casadei, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni. Sono stati individuati 100 ‘Grandi Lettori’ che, professionalmente o meno, seguono la letteratura contemporanea. A scadenze regolari, questa giuria valuterà i libri di letteratura italiana usciti negli ultimi mesi; la somma dei voti comporrà una classifica. Almeno una volta all’anno verrà proposta anche una classifica della letteratura straniera tradotta in italiano.

Della giuria fanno parte critici e scrittori – ma anche traduttori e mediatori culturali, storici e filosofi, consulenti editoriali, critici di discipline che non siano la letteratura; e poi autori, registi e attori del teatro e del cinema. Le persone che hanno accettato di partecipare sono diverse per estrazione, formazione e gusti, come del resto i promotori di questa iniziativa. Esprimono idee della letteratura, competenze, scelte di poetica differenti. L’obiettivo era quello di creare un gruppo che fosse rappresentativo dello spazio letterario italiano e della sua varietà conflittuale. L’unica esclusione preventiva riguarda quegli scrittori e quei critici che sono anche, di mestiere, dirigenti di case editrici o responsabili di pagine culturali. D’accordo con gli organizzatori di pordenonelegge.it, si è scelto di non coinvolgerli per non suscitare conflitti di interesse o imbarazzi nelle votazioni. Eccezion fatta per gli altri giurati del Premio Dedalus e per i vincitori delle sue precedenti edizioni, i nostri lettori sono accomunati da un altro criterio: l’età. Malgrado la parcellizzazione dei saperi e delle consuetudini culturali, molti punti di riferimenti restano simili fra chi oggi ha trent’anni e chi ne ha una cinquantina. [...]"


Alberto Casadei, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni





I 100 grandi lettori: ”Damiano Abeni Andrea Afribo Giancarlo Alfano Giuseppe Antonelli Pierpaolo Antonello Silvia Ballestra Andrea Bajani Mario Barenghi Stefano Bartezzaghi Alberto Bellocchio Cecilia  Bello Minciacchi Marco Belpoliti Mario Benedetti Sonia Bergamasco Alberto Bertoni Clotilde Bertoni Elisa Biagini Gianni Biondillo Gianni Bonina Angela Borghesi Silvia Bre Daniela Brogi Franco Buffoni Maria Grazia Calandrone Maria Teresa Carbone Roberto Carnero Grazia Casagrande Andrea Cavalletti Guido Chiesa Stefano Ciavatta Stefano Chiodi Margherita Crepax Stefano Dal Bianco Andrea Di Consoli Matteo Di Gesù Paolo Di Paolo Raffaele Donnarumma Monica D'Onofrio Monica Farnetti Paolo Febbraro Massimo Fusillo Roberto Galaverni Stefano Gallerani Margherita Ganeri Massimo Gezzi Daniele Giglioli Paolo Giovannetti Marco Giovenale Claudio Giunta Miguel Gotor Andrea Inglese Helena Janeczek Chiara Lagani Nicola Lagioia Valerio Magrelli Raffaele Manica Michele Mari Aldo Nove Massimo Onofri Tommaso Ottonieri Fulvio Panzeri Antonio Pascale Gabriele Pedullà Pierluigi Pellini Silvio Perrella Daniele Piccini Domenico Pinto Alessandro Piperno Gilda Policastro Laura Pugno Fabio Pusterla Massimo Raffaeli  Salvatore Ritrovato Rocco Ronchi Martin Rueff Evelina Santangelo Alessandra Sarchi Luca Scarlini Domenico Scarpa Tiziano Scarpa Beppe Sebaste Gianluigi Simonetti Antonio Spadaro Pietro Spirito Francesco Stella Enrico Testa Italo Testa Giuseppe Traina Emanuele Trevi Antonio Tricomi Luigi Weber Fabio Zinelli Paolo Zublena Edoardo Zuccato



SAGGI

1) Massimo Rizzante, Non siamo gli ultimi, Effigie, p. 21

2) Andrea Cavalletti, Classe, Bollati Boringhieri p. 20

3) Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica, Donzelli, p. 16

3) Massimo Fusillo, Estetica della letteratura, il Mulino, p. 16

5) Maria Michela Sassi, Gli inizi della filosofia: in Grecia, Bollati Boringhieri p. 14

6) Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre, Einaudi, p. 11

7) Mario Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, p. 8

7) Franco Vazzoler, Il chierico e la scena, il melangolo, p. 8

9) Clotilde Bertoni, Letteratura e giornalismo, Carocci, p. 6

9) Enzo Bianchi, Perché pregare, come pregare, San Paolo, p. 6

9) Furgio Brugnolo, La lingua di cui si vanta Amore, Carocci, p. 6

9) Franco Cassano, Tre modi di vivere il sud, Il Mulino, p. 6

9) Debenedetti-Pilati, La guerra dei trent’anni, Einaudi, p. 6

9) Ferretti-Zinati, Volponi personaggio di romanzo, Manni, p. 6

9) Stefano Guglielmin, Senza riparo, La Vita Felice, p. 6

9) Massimo Recalcati, Melanconia e creazione in Van Gogh, Bollati Boringhieri, p. 6

9) Vittorio Sermonti, Il vizio di leggere, Rizzoli, p. 6

9) Amedeo Vigorelli, Il disgusto del tempo, Mimesis, p. 6

9) Luigi Zoja, Contro Ismene, Bollati Boringhieri, p. 6

20) Ilvo Diamanti, Sillabario dei tempi tristi, Feltrinelli, p. 5

21) Roberto Andreotti, Ritorni di fiamma, BUR, p. 4

21) Attilio Brilli, Il viaggio in Oriente, Il Mulino, p. 4

21) Emiliano Morreale, L’invenzione della nostalgia, Donzelli, p. 4

21) Domenico Vecchioni, I signori della truffa, Olimpia, p. 4

25) Linnio Accorroni, 69 posizioni, Cattedrale, p. 3

25) Michele Smargiassi, Un’autentica bugia, Contrasto, p. 3

27) Diana Balmori, Tra fiume e città, Bollati Boringhieri, p. 2

27) Claudio Marazzini, L’ordine delle parole, Il Mulino, p. 2

27) Massimo Natale, Il canto delle idee, Marsilio, p. 2

27) Elena Pulcini, La cura del mondo, Bollati Boringhieri, p. 2

mercoledì 21 ottobre 2009

Matteo Bonsante



Caro Stefano,


il tuo bel libro mi è giunto solo ieri (siamo tornati, come ti dicevo, domenica sera) e nonostante in questo periodo sia "dentro un problema" di cui poi ti dirò, non ho saputo resistere dallo sfogliarlo, leggere l'articolo che mi riguarda e scoprire un mondo intero col tuo primo capitolo: POESIA E PRESENTE. Conoscevo in parte il tuo pensiero sulla poesia perciò aspettavo con una certa impazienza questo tuo contributo che supera ogni aspettativa, ogni più felice intuizione di ciò che avevi in cantiere. Il tuo procedere con rigore scientifico nella disamina di ciò che è e ciò che rappresenta la poesia per noi, gente della 'gettatezza' , è sorprendente. E' un libro da chevet, caro Stefano, da leggere e da rileggere, perché molte sfaccettature di cui si adorna hanno bisogno di molte riflessioni. I punti con cui concordo sono tutti, salvo prediligerne alcuni nel senso che mi vengono adesso in mente, come per es. la poesia è il nostro tempo più vero, oppure la poesia non è a disposizione di alcuna volontà, nemmeno di quella del poeta (sto andando a caso) il non dover organizzare Riviste come fortilizi, che la poesia (così come il mondo), "non serve nessuno" ma siamo noi a servirci, nella misura delle nostre capacità di 'leggere' o di 'avvicinarci' allla poesia (come al mondo), che la poesia deve essere 'onesta' cioè rispecchiare qualcosa che 'è', ed 'è'... al di là di noi stessi, o nonostante noi stessi! da qui il rapporo tra l'io e l'arte etc. etc. tutto un susseguirsi di 'eventi luminosì' (non semplici idee) che veramente illuminano di nuova fiamma la nostra Arte. Bravo Stefano, continuerò a leggere e a scriverti le mie impressioni. Seguirti, è una vera ascesa nell'aria limpida e pura delle mattine di prima estate. E' un percorso che dà un senso di allargamento di noi stessi, e 'opera' proprio come 'opera' una bella poesia che ci colma. Sì, Stefano, il tuo bel libro ci colma come un presagio di... sicuro riparo. Nel tuo libro c'è qualcosa di duro, forse oscuro - come accade ad ogni vera poesia - ma che conduce, spinge in avanti... ci lascia scivolare in ciò che bellamente chiami destino.

Nel mio piccolo cercherò di divulgarlo. Ne ho parlato ai miei figli, uno è matematico a Pavia e l'altra è architetto a Roma. E ne sto parlando con mia moglie che è docente di Storia dell'Arte a Bari e quindi molto sensibile a questi temi. Ho ricevuto tra l'altro in questi giorni "Atelier" dove c'è una nutritissima intervista fatta da Giuliano Ladolfi a Daniele Pegorari che ti cita tra i critici più promettenti. Ben detto. Oltre che poeta, naturalmente.
Insomma, Stefano, ti sono vicino in questo momento di vera gioia sia per te che per la nostra Arte.

Un forte abbraccio... e, ad maiora!!!!

Matteo



Su Blanc de ta nuque poesie di Matteo Bonsante

giovedì 8 ottobre 2009

Reb Stein



Scrive Francesco Marotta ne La dimora del tempo sospeso: "Tra un paio di settimane pubblicherò un altro estratto dal libro di Stefano, e vi allegherò una mia nota di lettura. Si tratta, in ogni caso, di un’opera importante dove si intrecciano il rigore etico e la dottrina dello scrittore e dello studioso, la passione per la scrittura e un’innata, inappagata tensione all’ascolto: fuori da ogni steccato di mandato, di scuola e di appartenenza, seguendo unicamente quella traccia fatta di ricerca e libertà interiore che è anche la matrice prima da cui scaturisce il suo lavoro poetico.


Leggendo e rileggendo questo libro, non posso non pensare a quanta volontaria cecità è nascosta nelle parole dei tanti che lamentano la mancanza di una critica “seria”, capace, “libera-mente”, di indicare linee e prospettive, supportata da un impianto teorico frutto di studio e applicazione, di attenzione e lavoro sui testi, non rabberciato o, nel migliore dei casi, dilettantistico…

E se provassero, almeno una volta, a guardare fuori dal “circoletto” di cui sbandierano il distintivo di appartenenza?"

giovedì 1 ottobre 2009

La dimora del tempo sospeso





Senza riparo trova ospitalità presso  La dimora del tempo sospeso, il blog di Francesco Marotta, dove si ha la certezza di passare qualche ora in ottima compagnia, fra amici di vecchia data, alcuni dei quali hanno lasciato una testimonianza che mi piace riportare. Lo faccio anche per evidenziare il lavoro fatto da Gabriela Fantato, direttrice della collana "Sguardi", e dall'Editore, Gerardo Mastrullo.

«Esco un po’ dall’argomento del post, nello specifico la scrittura dei poeti di Anterem, per dire qualcosa del libro di Guglielmin nel suo insieme. Lo sto leggendo e non ho ancora finito, anche perché la proposta di Stefano è densa e richiede tempo e attenzione, e si divide in diverse sezioni di riflessioni e letture. Senza nulla togliere alle altre mi ha colpito enormemente la prima, Poesia e Finitezza, che è un ragionamento senza rete né appoggi, che non si riferisce ad un autore o a un gruppo di autori ma alla poesia nel suo insieme, alle necessità ed alle conseguenze dello scrivere. Premetto che diffido molto di chi scrive sullo scrivere, in molti casi mi sembra che si vada incontro al rischio di un cortocircuito autoreferenziale. Non nel caso di Guglielmin, che nella prima ventina di pagine (A che cosa serve la poesia, Quale lingua, quale esperienza, Il dis-appunto della poesia, A che cosa pensa la poesia, Perché scrivi) mette nero su bianco una serie di concetti che chiunque scriva o legga o cerchi qualcosa nella scrittura altrui credo provi, magari in modo embrionale o sotterraneo. Stefano invece sviscera lo scheletro della scrittura con una lucidità disarmante, ne dichiara i riferimenti, le cause, il fine se esiste. Per me, che sto procedendo nel resto, queste prime pagine valgono già più di un libro, e sono la conferma della statura intellettuale e umana di Guglielmin. Il fatto poi che in questo post siano in qualche modo unite due delle persone di maggior statura che io abbia avuto la fortuna di conoscere (una più “magmatica”, fm, e una più “rizomatica”, st) non può che farmi molto piacere».

Francesco Tomada



«Libro molto denso, soprattutto nella parte centrale. Le prime pagine sono particolarmente belle, in alcuni passaggi anche da un punto di vista letterario. C’è poi tutto un discorso sul canone che è molto dotto. Come dicevo privatamente a Stefano, la cosa interessante di alcuni libri appena usciti, compreso il suo, è il fatto che, almeno in parte, siano stati nutriti dal lavoro in rete che, per un periodo almeno, ha fatto circolare un medesimo gruppo di autori sui quali si è potuto ragionare con un'attenzione sicuramente più libera, poi approdata alla sintesi del libro. È, quindi, uno dei pochi casi di libri che hanno anticipato il contenuto in rete. Nella collana sguardi sono usciti almeno due saggi densissimi: quello collettivo, LA POESIA E LA CARNE (a cura di M. Fresa e T. Salari, e quello, bellissimo, di Marco Ercolani, VERTIGINE E MISURA».

Sebastiano Aglieco



«Plaudo a questo lavoro critico di Stefano, e qui lo saluto con affetto. So il suo rigore e la sua capacità di scavo dentro l’officina della parola condotto in anni di studio, attraverso il suo blog, la sua intensa, e mai superficiale, curiosità».

Fabio Franzin



«Ho iniziato il libro di Stefano, come quello di Sebastiano, e non posso che essere felice di questo rigoroso sguardo sulla poesia contemporanea che i tre ultimi libri editi dalla Vita Felice sanno offrire, invitando il lettore a un’attenzione durevole nel tempo. Grazie anche a Gabriela Fantato che, di questi tre libri, è stata la paladina, e a Gerardo Mastrullo che li ha accolti nelle sue edizioni. C’era bisogno, io credo, di aprire uno scavo nell’officina della parola poetica di questi ultimi anni. Mi auguro che altri libri li seguano. Inoltre, credo, è la prima volta che si delinea un’attenzione critica profonda alla scrittura dei poeti di “Anterem”».

Marco Ercolani