Caro Stefano,
ho concluso da poco il mio viaggio in Senza riparo. Desidero esprimerti il mio sincero apprezzamento per questo tuo lavoro, con il quale non solo scrivi di poesia, ma la fai vivere, dandole significato, facendola respirare. Non credo sia solo un libro per gli addetti ai lavori. E' un libro per chi ama la poesia, intesa non come puro esercizio di bella scrittura, ma come una via che conduce ad una (responsabile) libertà.
Le mie impressioni si limitano solo ad alcuni degli argomenti che hai trattato nel libro, quelli su cui mi sono soffermata di più, su cui tornerò, perché sono tanti i pensieri che si sono affollati nella testa, che sto cercando di districare. Sono impressioni molto personali, senza pretese. Forse la mia è stata una lettura impropria, forse sono andata a cercare quello che volevo trovare.
La poesia “non serve nessuno”. Essa “ci addita un modello di relazione senza padroni e senza schiavi. Non mi sembra poco.” E' stato il punto di partenza di questo viaggio, ed è stato anche il punto d'arrivo.
La poesia, quella “onesta”, è libera. Non ha padroni perché il poeta, nel momento in cui scrive, respira da solo. Al verso si arriva spesso percorrendo una strada accidentata, in cerca di domande e risposte, nominando i propri fantasmi, ordinando i pensieri, emancipandosi. Alla fine, si sceglie. La scelta però non è mai punto di arrivo: si riparte, si ricomincia. Dici: “scrivo per prepararmi a scegliere, in piena libertà di pensiero, ciò che apre direzione e respiro”. E' così, dovrebbe essere così.
I vincoli ci sono, il linguaggio è un vincolo. Le parole sono allo stesso tempo gabbia e lenzuola annodate, buttate dalla finestra della cella per raggiungere l'esterno. C'è il vincolo della responsabilità (“fare il meglio che si può”), la necessità di esserci, di non chiamarsi fuori, anche se non si scrive poesia “civile” in senso stretto.
Sono stata particolarmente coinvolta dal capitolo su canone e finitezza, laddove parli dello scrivere in prossimità del margine. Scrivi: “qualora il lasco dal bordo estremo non sia avvicinato e frequentato dall'autore, l'opera e la stessa finitezza che in essa respira risulteranno sempre meno singolari, fino ad annullarsi quasi completamente entro l'apertura epocale cui appartengono...”.
Non sono sicura di avere afferrato il senso delle tue parole, ma nella testa si è lentamente formata un'immagine: il margine (irraggiungibile, inesprimibile) come una sorta di linea mobile, che si allontana e si avvicina in base alle esperienze, all'età, al sentire, al rischio che si accetta di correre.
In prossimità del margine ho immaginato la parola che pende dalle labbra. In basso, c'è un burrone, in alto si apre il cielo. In ogni caso, è vertigine. In ogni caso, il salto nel vuoto non prevede protezione, riparo. C'è questo essere sospesi, questo momento in bilico, le parole arrivano da sole oppure vengono afferrate, portate a sé, lavorate, messe in fila, battezzate. Per poi essere consegnate agli altri. Possono cadere a terra oppure volare. Ci sono momenti in cui mi piace vedere le parole cadere, sporcarsi di fango, altri in cui preferisco vederle alzarsi in volo, o sospese a mezz'aria, quasi ferme. Sto andando fuori tema...
Ho trovato molto interessante (anche qui, le tue parole vanno oltre il saggio) la parte dedicata alla “sfida alla resistenza del testo”, sfida nella quale, dici, anche l'autore entra in gioco, insieme alla critica. Il lavoro del singolo autore sui propri testi è prima di tutto un lavoro su di sé, sul valore di verità della propria scrittura, di tutto il pensare che sta dietro la scrittura, risultato di un certo modo di vivere e di sentire.
Oltre al giudizio (necessario) sulla “tenuta” di un testo svolto dalla critica, ritengo anch'io sia importante a livello di storia personale il lavoro che “nel silenzio del suo studio” (va bene anche la cucina?) fa il singolo autore. Se un testo “tiene”, se con il tempo esso risulterà in tutta onestà vero, al di là delle contingenze, oltre le emozioni del momento, allora si potrà dire che la poesia davvero “non serve nessuno”. E per questo chi scrive è, nello spazio e nel tempo di una poesia, libero, con la possibilità, direi quasi la responsabilità, di allargare i confini. Non è poco.
Stefania Crozzoletti