giovedì 1 ottobre 2009

La dimora del tempo sospeso





Senza riparo trova ospitalità presso  La dimora del tempo sospeso, il blog di Francesco Marotta, dove si ha la certezza di passare qualche ora in ottima compagnia, fra amici di vecchia data, alcuni dei quali hanno lasciato una testimonianza che mi piace riportare. Lo faccio anche per evidenziare il lavoro fatto da Gabriela Fantato, direttrice della collana "Sguardi", e dall'Editore, Gerardo Mastrullo.

«Esco un po’ dall’argomento del post, nello specifico la scrittura dei poeti di Anterem, per dire qualcosa del libro di Guglielmin nel suo insieme. Lo sto leggendo e non ho ancora finito, anche perché la proposta di Stefano è densa e richiede tempo e attenzione, e si divide in diverse sezioni di riflessioni e letture. Senza nulla togliere alle altre mi ha colpito enormemente la prima, Poesia e Finitezza, che è un ragionamento senza rete né appoggi, che non si riferisce ad un autore o a un gruppo di autori ma alla poesia nel suo insieme, alle necessità ed alle conseguenze dello scrivere. Premetto che diffido molto di chi scrive sullo scrivere, in molti casi mi sembra che si vada incontro al rischio di un cortocircuito autoreferenziale. Non nel caso di Guglielmin, che nella prima ventina di pagine (A che cosa serve la poesia, Quale lingua, quale esperienza, Il dis-appunto della poesia, A che cosa pensa la poesia, Perché scrivi) mette nero su bianco una serie di concetti che chiunque scriva o legga o cerchi qualcosa nella scrittura altrui credo provi, magari in modo embrionale o sotterraneo. Stefano invece sviscera lo scheletro della scrittura con una lucidità disarmante, ne dichiara i riferimenti, le cause, il fine se esiste. Per me, che sto procedendo nel resto, queste prime pagine valgono già più di un libro, e sono la conferma della statura intellettuale e umana di Guglielmin. Il fatto poi che in questo post siano in qualche modo unite due delle persone di maggior statura che io abbia avuto la fortuna di conoscere (una più “magmatica”, fm, e una più “rizomatica”, st) non può che farmi molto piacere».

Francesco Tomada



«Libro molto denso, soprattutto nella parte centrale. Le prime pagine sono particolarmente belle, in alcuni passaggi anche da un punto di vista letterario. C’è poi tutto un discorso sul canone che è molto dotto. Come dicevo privatamente a Stefano, la cosa interessante di alcuni libri appena usciti, compreso il suo, è il fatto che, almeno in parte, siano stati nutriti dal lavoro in rete che, per un periodo almeno, ha fatto circolare un medesimo gruppo di autori sui quali si è potuto ragionare con un'attenzione sicuramente più libera, poi approdata alla sintesi del libro. È, quindi, uno dei pochi casi di libri che hanno anticipato il contenuto in rete. Nella collana sguardi sono usciti almeno due saggi densissimi: quello collettivo, LA POESIA E LA CARNE (a cura di M. Fresa e T. Salari, e quello, bellissimo, di Marco Ercolani, VERTIGINE E MISURA».

Sebastiano Aglieco



«Plaudo a questo lavoro critico di Stefano, e qui lo saluto con affetto. So il suo rigore e la sua capacità di scavo dentro l’officina della parola condotto in anni di studio, attraverso il suo blog, la sua intensa, e mai superficiale, curiosità».

Fabio Franzin



«Ho iniziato il libro di Stefano, come quello di Sebastiano, e non posso che essere felice di questo rigoroso sguardo sulla poesia contemporanea che i tre ultimi libri editi dalla Vita Felice sanno offrire, invitando il lettore a un’attenzione durevole nel tempo. Grazie anche a Gabriela Fantato che, di questi tre libri, è stata la paladina, e a Gerardo Mastrullo che li ha accolti nelle sue edizioni. C’era bisogno, io credo, di aprire uno scavo nell’officina della parola poetica di questi ultimi anni. Mi auguro che altri libri li seguano. Inoltre, credo, è la prima volta che si delinea un’attenzione critica profonda alla scrittura dei poeti di “Anterem”».

Marco Ercolani

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