Ne La dimora del tempo sospeso:
Trovo ottimo quello che io ho inteso essere un approccio induttivo al tema: “a che cosa serve la poesia”→ cosa è la poesia (naturalmente nell’argomentare poi si innesca il viceversa), che mi sembra rendere bene quel grande concetto di una poesia che “spazializza il tempo” (in una specie di relatività generale): “a che cosa serve” definisce l’azione, il movimento e la velocità nel mutamento, quel “toccare”-rivitalizzando-;
“con la sua pelle” definisce invece il suo spazio d’essere: “la poesia è…”.
L’immagine della pelle la trovo strepitosa, la poesia nella propria pelle o che non sta più nella pelle (che muta) e come pelle sensibile-estensibile a modellarsi modellata su quella “sostanza mobilissima”, per riprendere un altro passaggio ottimo più sotto, in scambio interno-esterno; così da risultare compenetrate in un unicum (la poesia appunto) sia la sostanza mobilissima, sia la sua pelle-reticolo di linguaggio-forma.
Inoltre sempre la pelle ben rende il movimento elastico di vestizione del presente, non fondato (statico), ma rilasciato (dinamico).
Beh, adesso accelero :), aggiungendo quanto ho trovato interessanti le tue osservazioni relative al darsi “civile” (in senso ontologico)della poesia, anche di quella lirica, per quel suo stare comunque “in-posizione sempre eccedente” “affettivamente gettato”
e in senso sociologico per il fatto “che (la poesia) nasce e muore in un contesto socio-politico” -osservazioni che mi sembra tu riprendi e sviluppi in altro modo più avanti, nel “perché scrivi” – quando (ti) rispondi: “per tenere vivo altro” (wow)-
e osservazioni addirittura fondanti :), quelle relative ad un patire la poesia da parte dell’autore (ma anche del lettore), comprendendo, naturalmente, nel patire la passione,
passione che in quello che scrivi e in come lo scrivi si sente.
Ciao
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