lunedì 12 aprile 2010

la parola senza metafisica



Caro Stefano,


come stai? Avevo scovato un passaggio molto bello nella prima parte del tuo libro, in cui ti ponevi la questione sul ruolo della poesia, qualcosa che gira intorno a quella domanda malposta "a che cosa serve?" che tu modificavi in " che cosa pensa?"

Ebbene, espone l'infondato è la tua risposta, il suo non ragionare, il suo trattenere senza proprietà (quest'ultima riferita al poeta).

Mi sembra, ma la mia è un'impressione che voglio ulteriormente verificare, che la tua finitezza rischi comunque di sconfinare talvolta verso il sacro e il metafisico, nonostante tu voglia tenerti "al di qua", servendoti anche di citazioni, autori, scritti che parlano di differire e spazializzare e danno credito a una presenza relativa sempre a coordinate spazio-temporali di un mondo che è di carne e ossa: ecco, mi sembra che poi la poesia dal tuo punto di vista ritorni ancora a parlare di un'origine che taglia corto con il ruolo sociale.

Non che questo mi dispiaccia, anzi; da sostenitore della poesia di Zanzotto, direi che ci sguazzo anch'io.

Però mi chiedo una volta per tutte se non occorra fare i conti con istanze che premono anche da altri campi, tale che si declini la naturale, antropologica, urgenza della poesia in nuove (o antiche) uscite.

Pensavo per esempio, sulla scorta dell'approccio "allegorico" di Luperini, a un ruolo attivo e civile della poesia, sia pure non ostentato: insomma quello scarto, quella discontinuità (dialettica) che garantisce alla poesia la temporalità e il suo inserimento nella miseria degli uomini, allorché gli dei sono veramente spariti (e direi che gli arrabbiati restano, per citare gli "Area").

Ho sempre trovato interessante anche l'approccio di Giampiero Marano che mette in rilievo anche il rapporto conflittuale uomo-natura da una prospettiva marxista aggiornata, con divagazioni sulla decrescita, sulla necessità di ricostruire il rapporto perduto e inserendo la poesia come un fattore in grado di far riguadagnare all'uomo il senso del tempo e dello spazio, in una visione che è contemporaneamente antropologica, sociale, politica.

Luigi Metropoli





Caro Luigi, provo a rispondere alla questione che poni.

Il punto di partenza del mio libro, sulla scorta dei filosofi citati, non è togliere l'idea di assoluto, negarne la possibilità, perché altrimenti porrei la negazione come fondamento metafisico, bensì pensare alla scrittura poetica come il luogo in cui la finitezza si espone nella quadratura terrestre, dandosi non in quanto semplicemente presente, fissa, sempre uguale a se stessa (altro modello metafisico), ma nella sua dislocazione continua, non definibile, non prevedibile, in uno scarto che tende a zero. Scarto che ogni poeta si gioca come può, dunque anche con la carta della poesia civile nel senso pasoliniano o fortiano. Si tratterebbe di capire, in questo senso, se l'operazione poetica di D'Elia, - postuma alla morte delle ideologie (metafisiche) che pervadevano sia Pasolini e sia Fortini - sta dentro questa prospettiva oppure, ed io sono convinto che talvolta sia così, risponde ad una piattaforma di teoria politica già data, indiscutibile (leggi: metafisica).

Il punto cruciale è infatti riconoscere nel testo che nasce una costellazione di senso (e di sensi) che non ha bisogno di nessuno sistema assoluto di riferimento per essere credibile, di nessun Dio, nemmeno quello materialista (la Dialettica, il bisogno, eccetera). Le cose, il ruolo sociale, se diventano fondamento, tornano ad essere "metafisica". In conclusione: poesia è ontologia se risolve linguisticamente ogni volta da capo lo stare nell'aperto del tempo di ciascun mortale parlante; se invece poggia su qualcosa di atemporale o di strutturato (anche il divenire è struttura), diventa discorso di secondo grado, parola della storia della metafisica. Ciò significa, in altri termini, che la parola poetica che io cerco prende la parola prima di ogni decisione razionale, a partire da una stratificazione antropologica e sociale che non può prescindere dal conflitto in atto. Un conto è, tuttavia, leggere il conflitto con le categorie della metafisica, un altro lasciarlo venire alla luce nelle pieghe del testo, affinché incontri il nostro sentire, il nostro tremore. In questa seconda evenienza, niente è già scritto a priori, se non il nostro disagio civile, tuttavia ancora muto nella carne sinché non s'intreccia osmoticamente con la lingua. Disagio che custodisce rabbia, risentimento, giudizio e desiderio quali forze antropologiche, non ideologiche. Qui siamo nei paraggi del discorso di Marano, mi pare evidente.

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